di Roberto Valentini

 

Di cosa è messaggero l’ánghelos aligero e veloce sul mare spumeggiante del senso? Dal sospiro vaporoso in cui ne germina la parola, il suo significato consegna e destina al nome la propria figurazione; la forma arcaica italiana, agnolo, proclama per esoterica metatesi (gn/ng) la sua essenza, ciò che esso è: angolo. Nella speculazione angeologica la superiorità della natura angelica di fronte agli uomini è infatti affermata grazie ad un sistema razionale, ancora neoplatonico, basato appunto sugli strati e sui gradi: questione di angolazioni. Nello spazio di tali formae separatae non si potrebbe pensare al luogo dell’angelo senza una geometria della graduazione/angolazione. Nell’ambito della Patristica afferma Giovanni Crisostomo: “non ci ha detto come prima cosa chi erano i Serafini, ma dove si trovavano. Questa (i. e. la posizione) è, appunto, una dignità maggiore di quella (i. e. la natura). E come mai? Ciò mostra che quelle siano grandi potenze non è il fatto di essere i Serafini, quanto di stare vicino al trono regale”[1]; e d’altro canto Giovanni Damasceno: “differiscono invece l’uno dall’altro per illuminazione e per stato, sia perché occupano uno stato diverso a seconda dell’illuminazione o perché sono partecipi in modo diverso a seconda dello stato e si illuminano a vicenda attraverso il superiore di grado e di natura”[2].                                                                                                                             L’angolo non è però solo quello della collocazione nel fascio dell’illuminazione divina, della  differenza tomistica  fra il grado di dignità delle creature; l’angolazione è pure quella della visuale, del riflesso (d’“etterno amore”) che l’angelo dona, lampo torbido e alato, nello specolo dell’occhio che lo contempla: “voi, primi perfetti, viziati della Creazione,/  profili di vette, creste di tutto il Creato,/ rosse d’aurora, – polline della divinità in fiore, / articolazioni di luce, anditi, scale, troni,/ spazi d’essenza, scudi di delizia, tumulti/ di sentimento in tempeste d’entusiasmo, e a un tratto, / uno per uno, / specchi: la bellezza che da voi defluisce / la riattingete nei nostri volti” (R. M. Rilke, Elegie Duinesi, Einaudi, Torino, 1978, p. 11). Ecco allora profilarsi l’ulteriore charabia rabelaisiana (trasposizione anagrammatica): l’angelo elonga, dilunga tale riflesso come nella psicosofia islamica l’individualità umana: nella dottrina dell’isrâq l’angelo appare sulla scena del mondo immaginale come il doppio celeste dell’uomo, “principio trascendente dell’individualità”. Diversamente dalla tradizione giudaco-crstiana non subordina l’umano al divino, ma lo compartecipa: l’angelo/elongazione estende la voce nella preghiera sino alla componente divina, all’anima da conquistare (l’angelo è quest’anima), e forse non solo la voce: vedete ancora nelle Elegie Duinesi: “gli Angeli attingono soltanto dal loro, emanato da loro, / o c’è  talvolta, come per sbaglio, un po’ / d’essere nostro?” (Ivi. p. 13)  O forse, “se si preferisce, c’era una tristezza in forma d’uomo che non trovava ragione nel cielo chiaro” (P. Valéry, Opere poetiche, Guanda, Parma 1989, p. 337); così annota il grande poeta francese dell’angelo che specchiandosi dal bordo della fonte, in lacrime, si riconosce uomo.
Ma l’angelo e-longa anche nel senso di allontanare, di liberare con la sua parola, come nel Vorspiel di George, l’eletto dalle leggi morali, rendendo pura, una volta sciolti i vincoli, l’arte e la bellezza: angelo quale Urbild della poesia. O piuttosto è l’angelo l’acrobata di Laforgue che sul filo del tragico nega – affacciato alla “rugosa realtà” ineludibile dopo Rimbaud – con un velo di malinconica irrisione le ultime metafisiche del secolo: “mio povero amico, eppur bisogna! E poi in fondo, / vivere è ancora il miglior partito in questo mondo”.[3]
L’epifania dell’Angelo quale parola del silenzio più alto e significato inestimabile (si pensi a René Char), la sideralità dell’angelo – “troppo a lungo forse, / perché l’angelo di sé si stanca: / si perde, nasce al vuoto, è soltanto / un attimo ancora blu, un nulla / che sogna la poesia / per sopravvivere morto, essere nel freddo ancora”  (G. Compère, “Angeli”  da Écrits de la caverne, Jacques Antoine, Bruxelles, 1976) – illustra e invoca dunque l’errare del linguaggio, il corpo delle cose ucciso dal (suo) nome quale loro messaggero:  “il tuo corpo, all’ombra violetta delle mie mani, era morto sulla riva, un arcangelo di freddo” (da G. Lorca, Divan del Tamarit, in: Tutte le poesie, Garzanti, Milano, 2001, p. 701). Così chi vede l’angelo, recita l’Antico Testamento, non può che morire: “c’era uno, una volta, tra  noi, che vedeva Angeli nel cielo azzurro. Adesso è in gabbia. E cantava, cantava: ‘i miei occhi errano in te come pellegrini per morirvi di sete’” [4] (F.Nietzsche).
Proprio di notte occorre possedere allora il dono del discernimento degli spiriti, secondo quanto insegnano le parole di Antonio: “quando di notte gli spiriti vengono da voi e vogliono annunciarvi il futuro o dicono: ‘Siamo gli angeli’, non date loro retta, perché mentono..”[5]

 


[1] Giovanni Crisostomo, dall’Omelia su Ozia. Cfr. Jean Chrysostome, Homélies sur Ozias, c. di J.  Dumortier, Paris, Du Cerf, 1981, VI, 2.

[2] Giovanni Damasceno, da La fede ortodossa.  Cfr. Die Schriften des Johannes von Damaskos, Bd. 12, 17; c. di P. Bonifatius Kotter O.S.B., Patristische Texte und Studien, Berlin, Walter de Gruyter, 1973.

[3] Da Les complaintes suivies des Premiers Poèmes, Paris, Gallimmard, 1979, pp. 76-77; per tali  riferimenti come per i testi citati nelle precedenti note cfr.: “In forma di parole”, Bologna 4/1999, p. 105 e ssg.

[4] Cfr. “In forma di parole”, Bologna 4/1999, p. 280.

[5] Ivi, p. 67.

 

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